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Pensiero
per Gianni |
Dal
1985, quando era andato in pensione, era tornato a chiamarsi Giani Tabachì;
dopo essere stato Giani de la banca. Nei registri, allora manoscritti,
dell'Ufficio del Personale era entrato nel 1949 con il suo nome anagrafico
GIANPATRIZIO VECCHI, che non gli si addiceva, con quel sapore un po'
nordico ed un po' aristocratico che non era il suo.
Gianni sapeva di lombardo e di gente semplice, come noi. «Disponibile per tutti e in particolare per i più bisognosi, altruista sino a farsi carico dei problemi di quanti ricorrevano a lui e che aiutava con delicatezza ed eleganza». Così Pino Belloni su «L'Eco di Bergamo". Si dice spesso che il nostro lavoro è servizio e chissà se chi lo dice sa di cosa parla e se chi ascolta capisce. Per chi ha lavorato di fianco a Gianni Vecchi non ci sono dubbi: servizio vuoI dire essere come lui, lavorare come lui. In Gianni, una disposizione naturale, coltivata, affinata in tanti anni di banca, ha fatto di quel che per altri è dovere (a volte fastidioso) un modo di essere. Sempre. «Anche se da anni aveva lasciato il servizio, Gianni si prodigava in favore di tutti, soprattutto dei pensionati più anziani». Sono parole del suo Parroco, nella chiesa gremita, il giorno del funerale. Si aveva l'impressione che nel rendere un favore, una cortesia, un servizio fosse lui, non il beneficato, a gioirne, a compiacersi. Incontrandolo, salutandolo, ai clienti (e pensate quanti sono e come diversi, quanto esigenti) veniva voglia di chiedere qualcosa. Per fargli (loro, a lui!) un piacere. Due felici circostanze hanno contribuito a fare di Gianni Vecchi un personaggio così amato e rimpianto. Dal 1949 al 1985, da commesso a funzionario, è sempre rimasto nella sua Romano, nella banca che sta in piazza, di fianco alla chiesa. E Romano. Qual è, quale è rimasta, come molti paesi della bassa, partecipe del grande sviluppo di questo lungo dopoguerra, ma solo sfiorata dai grandi movimenti migratori; raccolta attorno alla sua rocca, ai suoi portici, alla sua piazza. Con la gente che tutta ancora si conosce, parla in dialetto, usa la bicicletta. Ci siamo: la bicicletta. Il gruppo ciclistico, il giro delle regioni, Serantoni, lo Stelvio, Moser. La bicicletta ce l'han tutti, nella Romano dei portici, della piazza, delle cascine. Impari ad andarci quando ancora sei malfermo sulle gambe; poi, ragazzo, ci sfoghi gli esuberi di energia spingendo sui pedali, sfidando i coetanei nelle volate. Un giorno esci dal paese, arrivi a Martinengo, a Cortenuova. Scopri il mondo, l'avventura. Ed è la stessa bicicletta con la quale sei andato a scuola e all'oratorio. E in banca. . Non consola che anche a morire Gianni ci sia andato in bicicletta; non consola che fra i primi a soccorrerlo, a tentare il massaggio cardiaco sia stata una ciclista-medico, anche lei come Gianni su quella maledetta strada per la pedalata domenicale. Quando Serantoni terminò il suo addio affettuoso e, prima sparso e titubante, poi convinto, condiviso si levò l'applauso, un amico, sconfortato: «I bat i mà, ma intant lü, Giani, l'è 'ndac, 'Igh'è piö'". Applaudono, ma lui, Gianni, è andato. Non c'è più. Dante Pozzoli |
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