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Mont
Ventoux: qualcosa di più di una semplice (e difficile) salita |
Ci sono
degli episodi, nella vita di ogni organizzazione o club, che vengono
ricordati fin nei dettagli anche a distanza di molto tempo. Nel caso
della nostra sezione ciclismo, tanto per citarne alcuni, ci possono
stare la mangiata di Alba o di Arbatax, il volo di Bolognani dal Monte
Pellegrino, le scarpette di Dolazza, le “stinche” del Grigio,
e tanti altri. Da sabato 1 settembre 2001 anche l’ascesa al Mont
Ventoux entra di diritto nella “Hall of Fame” della vita
ciclistica della nostra Banca.
Il Mont Ventoux, come tutti sanno, è la montagna mitica resa famosa dal Tour de France e che a sua volta ha contribuito a rendere famoso il Tour in tutto il mondo. Prima del Tour, nel 1336, ci aveva pensato Francesco Petrarca, salito fin lassù a piedi per trovare ispirazione, a descrivere il Monte Ventoso, o Monte Calvo, o Montagna Sacra – tanti sono i modi di chiamare questa vetta - restandone stupefatto, interdetto ed affascinato nello stesso tempo. Il Ventoux ha qualcosa di più rispetto alle altre montagne: i fianchi spogli, il clima micidiale, la forza estrema di elementi cui ci si può adattare, ma che non si possono piegare. Tecnicamente sono 23 chilometri che salgono dai 290 metri di Bedoin ai 1912 della vetta. Una pendenza media del 7,3% che, depurata dei primi cinque chilometri quasi piani, porta ad un 9% con punte sopra il 12%. Ma veniamo a noi. Si parte da Aix en Provence, dove la giornata è splendida ma tira già un po’ di vento. Con le auto e il furgone raggiungiamo Carpentras, da dove inizia la nostra avventura. Io e Michèl, notoriamente …meno scalatori degli altri, proseguiamo con il furgone per qualche chilometro ancora, in modo che quando ci si ritrova in cima, i primi non ci debbano aspettare per un’ora. Il Ventoux appare splendido nel cielo azzurro provenza, quasi lucido, ma con il solito cappello di nuvole nere sulla testa. Partiamo e inseriamo subito la marcia ridotta: dieci per cento, nove, ancora dieci, qualche volta l’otto, spianare non se ne parla. Il bosco è bello e il vento lo si avverte appena appena. Qualche turista, fra gli alberi, ha piazzato il tavolo per il picnic e acceso il barbecue. La strada, larga e ben asfaltata, sale decisa, tutta dritta, senza i tornanti che permettono di tirare il fiato. E’ dura, ma tutto sommato si sale bene: dov’è il mitico Ventoux? La risposta è a quota 1400, allo Chalet Reynard. Lì inizia il vero calvario. Mancano sei chilometri, senza piante, senza rocce, senza muri protettivi. Solo sassi che, nelle giornate in cui manca il vento, diventano incandescenti e che con raffiche a 120 allora invece non offrono al tapino ciclista alcuna difesa. Il primo colpo di vento ci sposta letteralmente sulla sinistra della carreggiata e ci vuole qualche minuto per tornare dall’altra parte. Io e Michèl saliamo a sei/sette all’ora quando il vento è di fianco, anche più piano quando tira di fronte, ma riusciamo a stare in piedi. Non saremo scalatori, ma qui il peso ci aiuta. Fa un freddo battone che neppure la fatica, adesso decisamente tanta, riesce a rendere più accettabile. Le scene che abbiamo davanti sono da Fantozzi: riusciamo anche a ridere nel vedere una decina di sconsiderati come noi che cascano di qua e di là sotto le raffiche del vento. Fra un po’, ci diciamo, tocca anche a noi. Michèl, che ha qualche chilo in meno di me, non ce la fa più a salire coperto solamente con la maglietta estiva e si ferma ha indossare il giubbino leggero che ha in tasca. Riesce a ripartire solamente al quarto tentativo, approfittando di qualche secondo di tregua fra una raffica e l’altra. Io proseguo da solo: da qualche chilometro si vede l’osservatorio, dritto là davanti, e ci voglio arrivare senza fermarmi. Supero la stele dedicata al povero Tommy Simpson, che qui ci ha lasciato la pelle trentacinque anni fa stroncato dal sole, dal caldo e dalle anfetamine e, un migliaio di metri più avanti, dopo aver rischiato di volare per aria una dozzina di volte, mi appare davanti la doppia curva che porta in vetta. Ho le visioni: vedo Pantani, vedo Armstrong, Gimondi, Hinault, Merckx, Gaul. Porca eva, ci sono anch’io quassù. Gruppi di turisti, con la giacca a vento, mi incitano. A venti metri dalla vetta l’ultima curva, la più esposta al vento. Una raffica più forte del solito e sono per terra. Giusto così: la scalata è stata epica e meritava anche questo. Con Michèl, giunto qualche secondo dopo, ci precipitiamo nel rifugio e da lì, mentre ci rifocilliamo con croissant e caffè, assistiamo allo sbarco degli altri. Il più abbronzato ha il colore del marmo. Nell’ordine arrivano Testa e Gambirasio (sono partiti un’ora dopo di noi e quasi ci prendono), poi via via, a distanza di qualche minuto fra di loro, tutti gli altri. Falchetti casca anche lui sull’ultima curva e, mentre è sdraiato per terra, tiene stretta la bicicletta che sventola come una bandiera e rischia di essere portata via dal vento: una scena da farsela addosso dal ridere. Riccardo è diafano, quasi trasparente. Emilio pure. Benaglio entra nel rifugio con i capelli diritti in testa e i baffi congelati: è quasi ibernato, tanto da dover scendere a Carpentras poi ben coperto nel furgone di appoggio. Alessio, classe 1935 e un paio di marroni così, sale alla grande e in cima, malgrado due cadute, sembra il più fresco di tutti. Con l’arrivo di Mario ci siamo tutti, più o meno sani. Ci attende una discesa pericolosa, affrontata senza infilare per precauzione le scarpette nei pedali, fino all’inizio del bosco, poi giù alla grande. La sera, seduti in piazza ai tavoli del ristorante, si rievocano fatiche, vento e freddo fra una portata di ostriche e un bicchiere di rosato “Bouches-du-Rhone”. Bisogna ammetterlo: il Mont Ventoux è davvero mitico. Ma adesso che l’abbiamo spianato, mitici lo siamo anche noi. O no? Vittorio Serantoni |
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