E’ il pomeriggio di Venerdì
20 settembre. Da Bergamo arrivano notizie di pioggia e freddo. Al
Villaggio Zagarella di Bagheria i “nostri” si stanno invece
godendo il sole canicolare che solo la Sicilia di quei tempi sa ancora
regalare. Le bici sono già state caricate sul furgone e Ciccio,
Emilio, Renzo e il Chiodo, dopo una veloce doccia, si sono ormai avviati,
con il prezioso carico, verso l’imbarco di Palermo.
Da poche ore è stata “archiviata”
la settimana ciclistica e i muscoli, martirizzati a furia di pigiare
sui pedali per sette giorni (ma possibile neanche una pianura, solo
salite e discese su quest’isola?), si stanno riposando ai bordi
delle piscine di acqua salata. Appena sotto c’è il mare,
caldo e invitante: non sarà quello della Sardegna, ma non è
neppure quello di Milano Marittima!
Splasch. Il primo tuffo è
di Gambirasio, poi si butta Piazzini, poi tutti gli altri, come i
pinguini che vediamo a Quark quando si lanciano dalla banchisa. Contagiato
dagli altri si lancia anche l’Amleto, che però si dimentica
di avere, da un paio di giorni, il …soprassella scorticato,
tanto da essere stato costretto a fare le ultime due tappe sul furgone.
Mamma come brucia il sale. Dietro front.
Stravaccati sulle sdraio o seduti
mollemente ai tavolini che circondano la piscina (un drink, please),
un gruppo di turisti provenienti dalla Bretagna osserva con curiosità
la nostra sexy abbronzatura, dal bicipite in su e da metà coscia
in giù. Le ragazze francesi mi sembrano gnocche mica da ridere,
ma nella percezione penso che giochino un ruolo non marginale ottocento
chilometri pedalati e sette notti trascorse in camera con Gualandris
e Crotti. Anche Bolognani e Bonacina mi confessano di provare le stesse
sensazioni e allora forse è meglio, ancora per una notte, andare
avanti con bacco, cassate e graniti. A Venere, se ce la facciamo,
ci pensiamo domani.
A tavola si ripercorrono i momenti
salienti della “settimana”, non prima di aver constatato
che, tranne qualche piccolo incidente, tutti sono arrivati alla fine
sani e salvi. E’ il ventesimo anno che la settimana viene organizzata
ed è sempre andato tutto per il verso giusto. Evidentemente
la sfiga non ce l’ha con i dipendenti della Popolare. A questo
va aggiunto che, ad eccezione di un paio d’ore di pioggia nel
corso della prima tappa, abbiamo sempre goduto di un sole splendente:
San Falchetti, con il suo proverbiale fondello, ci ha protetto anche
questa volta. Meglio di così…
Le attese sono tutte per la terza
tappa, martedì, con l’ascesa dell’Etna, da Giardini
Naxos al Rifugio Sapienza, a quota 1900, per il versante che sale
da Zafferana Etnea. La salita all’Etna non è durissima,
ma è lunga da morire e si fa sentire. Durissimi sono invece
gli strappi che portano dalle parti di Zafferana e infatti dopo pochi
chilometri i nostri sono già uno per parte. Un gruppetto sbaglia
strada, sale a Linguaglossa e la allunga di quindici chilometri. I
Pozzoli, ad un certo punto, girano il tandem seguiti da Seminati e
rientrano alla base. Qualcuno, di cui non faccio nome, se ne era rimasto
addirittura in albergo. Comunque in cima, bene o male, ci arrivano
tutti. Pardon, quasi tutti, perché Fiorello, il Pantani della
compagnia, quando è quasi in cima, prende il bivio sbagliato,
cosicché anziché al Rifugio Sapienza arriva un po’
più in alto, al Rifugio della Forestale, dove non ricordavano,
a memoria d’uomo, d’aver mai visto salire un ciclista.
Un record.
La salita dell’Etna lascia
il segno, anche perché il giorno prima lo strappo di Tindari
(ne valeva la pena, che meraviglia il Santuario) e la Forcella Mandrazzi,
quasi a milledue, avevano fatto la loro parte. Nessuno tuttavia si
immagina cosa li aspetta il mercoledì, da Giardini Naxos a
Enna. Il cartografo ha disegnato una cartina che prevede un chilometraggio
consistente (139 chilometri), con una salita iniziale continua ma
dolce fino in mezzo ai pistacchi di Bronte (massimo produttore mondiale,
lo sapevate?), una leggera discesa fino a Enna Nuova e infine l’ascesa
finale ai 948 metri di Enna Alta. La realtà è ben diversa.
La salita dolce fino a Bronte
è un continuo susseguirsi di salitoni e discesoni, la leggera
discesa è la stessa cosa, e cioè ancora salitoni e discesoni.
In compenso l’ascesa a Enna è meno dura del previsto,
ma se ne accorgono in pochi. I furgoni-scopa hanno cominciato da tempo
a fare gli straordinari. Bracco, che da un po’ di chilometri
barcolla come un pugile, si pianta in mezzo alla strada: se non lo
raccolgono, anche al buio nel bagagliaio, da lì non si muove.
(Il giorno dopo, ancora suonato, centrerà in pieno un cassonetto
della monnezza in quel di Caltanissetta, sfasciando la bici ma restando
illeso. Anche nella lingua, ahinoi). Riccardo e io, come presidente
ed ex presidente, godiamo se dio vuole di qualche privilegio e veniamo
caricati, a cinque chilometri dalla meta, sull’auto di servizio,
anziché sul fondo del Transit.
Con le loro gambe, a tarda sera,
arrivano invece i Pozzoli. Il giorno prima le hanno risparmiate evitandosi
l’ultimo pezzo di Etna e oggi arrivano in cima fra l’ammirazione
di tutti. La Rosi è quasi cadavere, oltre che incazzata con
quel satrapo di marito, ma giustamente orgogliosa per l’impresa
e ne ha ben donde: l’altimetro segna al termine della tappa
3900 metri di dislivello, come una tappa di quelle dure al Giro d’Italia.
Dov’è andato a finire il cartografo, che era qui un momento
fa …?
La consolazione è lo spettacolo
che ci ha offerto l’Etna, che abbiamo praticamente circumnavigato
per tre quarti. Un cono splendente, con gli aranceti alla base, e
un nuvolone bianco, quasi artificiale, a forma di disco volante, a
guisa di cappello. Che meraviglia la natura.
E’ sera alla Zagarella
di Bagheria, qualche coppia balla attorno alla piscina, un paio di
nostri tentano di cuccare nella fauna bretone. A Roby Gamba pare di
riconoscere, in un uomo di mezza età ancora bene in arnese
(e ben …accompagnato), Bernard Thevenet, vincitore di due Tour
de France in piena epoca Merckx e attuale commentatore per Antenne
2. Lanzini conferma: è lui. Trenta secondi e sono là,
con il mio stentato francese. Non capisce nulla di ciò che
dico, ovviamente, ma conferma: il Thevenet della nostra giovinezza
è proprio lui. E allora foto di gruppo. Ma si poteva finire
meglio di così?
Il giorno dopo, in aereo, c’è
il tempo degli ultimi ricordi. Cefalù, Taormina e il suo Teatro
Greco, le Gole dell’Alcantara, la Valle dei Templi di Agrigento,
il Duomo di Monreale. E anche i cannoli di ricotta (straordinari quelli
di Enna), gli arancini di Giardini Naxos, le cassate soffici e gustose
come quelle del commissario Montalbano, le graniti di limone.
Ah proposito, l’anno prossimo dove si va? A me va bene tutto,
ma per carità, cambiate il cartografo….
Vittorio Serantoni