E’ una delle tante mattine rovinate
dal fastidioso suono della sveglia, poi, trascorso un attimo, metti
a fuoco la situazione, ti ricordi di essere in ferie e la levataccia
mattutina è più che un piacere, alle 6,30 ha inizio
la settimana ciclistica, l’appuntamento principe per gli sfregasella.
La “settimana”, appunto, è un rendez-vous carico
di attese che si accumulano per tutto un anno, il ritrovo prima della
partenza è un incontro tra amici che si rivedono, lo scambio
di saluti, lo stringersi la mano e le pacche sulle spalle sono i gesti
che caratterizzano questi dieci minuti, quanto basta per ritrovare
la sintonia instauratasi uno, cinque o venti anni fa.
La “settimana” è storia, nacque nel 1982 con sei
partecipanti, siamo nel 2003 ed alla ventunesima edizione partecipano
cinquanta ciclisti tutti o quasi dotati della specialissima all’ultimo
grido. “Vecchi” e nuovi protagonisti accomunati dalla
stessa passione, in viaggio verso località e luoghi sconosciuti
che diverranno oggetto di pensieri da raccontare e di episodi da ricordare
Quest’anno il programma è davvero tosto, difficile a
priori stabilire se più o meno impegnativo di quello affrontato
in Sicilia nel 2002, guardando i grafici c’è poco da
stare allegri ed i nomi dei colli da affrontare incutono un poco di
preoccupazione: Tourmalet, Aubisque, Aspin, Soulor, Peyresord, Des
Ares e Port d’Aspet fanno parte da sempre delle tappe più
importanti e decisive del Tour de France.
“Sfregasella: l’approche des Pyrénées”
titola la copertina tratta da “L’Equipe” e credo
che con l’appoggio del giornale organizzatore del Tour de France
nemmeno il Patron Monsieur Leblanc, (in)capace di negare all’iridato
Cipollini la partecipazione all’edizione centenaria della corsa
francese, avrebbe potuto fare qualcosa per fermare l’annunciato
assalto ciclistico portato dagli Sfregasella ai colli pirenaici.
Alle 6,45 si parte anche se all’appello manca Vittorio (ci raggiungerà
più tardi in auto), il viaggio si prospetta alquanto lungo
e stancante, Carcassonne dista circa 830 Km e per raggiungerla impieghiamo
dodici ore comprese le gradite soste.
Neanche il tempo di mettere piede nella splendida cittadina, che sfoggia
tutta la sua bellezza attraverso l’imponente città medioevale
fortificata, e qualcuno avanza richieste in merito all’orario
di partenza per il ritorno, mi limito a rispondere con un diplomatico
“Ci penseremo….”. Dopo aver scaricato i bagagli
e sistemato le specialissime, nelle vicinanze dell’hotel si
scatena una lotta tra fotografi, penso subito a qualche personaggio
famoso, ed infatti, oggetto di tanto interesse è una nutria
che si aggira sulla riva del fiume Aude (la famosa nutria di Carcassonne!).
L’intensa giornata si chiude presso un locale situato nel cuore
della “Cité” (illuminata è stupenda) e nonostante
la stanchezza si faccia sentire con una birra fresca e quattro risate
in compagnia riusciamo a fare mezzanotte.
La giornata che segue il viaggio è sempre la più carica
di vitalità, c’è tanta voglia di pedalare ed alle
6,00 è normale sobbalzare nel letto per il trambusto procurato
da coloro che sono già alle prese con i preparativi. Non è
il mio caso e poiché parto con il secondo gruppo mi muovo per
la colazione alle 8,15, scoprendo, senza essere affatto stupito, che
tutti hanno già consumato. “Quelli del primo gruppo”,
un mix di “segoni” e di “ragionieri” (lascio
a chi sta leggendo il compito di anagrammare e scoprire un unico termine
da utilizzare in futuro…) sono già in trance agonistica,
al punto che l’hotel ed il piazzale antistante si trasformano
in vespai. Ognuno ha il suo bel da fare, alcuni ingolfano scale ed
ascensori per il trasporto dei bagagli, c’è poi chi si
improvvisa meccanico, altri addirittura stanno già pedalando
nel parcheggio. E’ un rito che si ripeterà ogni mattina
e questo entusiasmo frenetico calerà d’intensità
in modo proporzionale ai chilometri percorsi per spegnersi definitivamente
durante il viaggio di ritorno.
Finalmente, tre minuti prima dell’orario stabilito, il primo
gruppo si muove, tre minuti che per qualcuno sono vitali, del resto
fa caldo ed è bene sfruttare il fresco mattutino (26 gradi!).
Anche per me giunge il momento di essere parte del rito, bagagli sul
pullman, controllo della bici, foto di gruppo e, ti pareva, ovviamente
in anticipo, anche il gruppo dei “Dobermann” si muove
con destinazione St. Girons. Scopro sin da subito che non è
giornata, la gamba non gira e purtroppo devo soffrire per tenere il
passo sostenuto dagli allenati compagni. L’affanno aumenta quando
da affrontare ci sono alcuni saliscendi spaccagambe, per non dire
altro. Comunque sia riesco a stare nel gruppo grazie anche al sostegno
di Invernizzi, Bettoni e Ghezzi, tutto sembra procedere per il meglio,
ma, l’esperienza insegna, non esiste tappa senza imprevisti.
La foga del primo giorno ed il sole spremicervello di mezzogiorno
fanno perdere la lucidità al gruppo (dei dobermann….),
così, dopo settanta chilometri, nei pressi di Pamiers sbagliamo
strada e per rimediare non resta altro da fare che percorrere 30 chilometri
in più rispetto ai 127 previsti. L’episodio non passa
inosservato e Vittorio, dopo un consulto con uno Sponsor vicino al
mondo del ciclismo, decide di premiare colui che è stato votato
come il protagonista principale della vicenda. Ci si aspetta un premio
combattività ed invece ciò che viene consegnato al vincitore
è un berretto marcato “Tegola Canadese” che, per
restare in tema con quanto accaduto, viene rinominato premio “Tegola
d’Oro”.
St. Girons non è una città che regala spettacolo, ci
accontentiamo di un temporale rinfrescante coincidente con quello
in atto a Bergamo proprio mentre sta per cominciare Atalanta-Reggina.
Le notizie corrono, non si gioca, la partita è rinviata a domani,
gli atalantini tesissimi ci rimangono un poco male e non riescono
a darsi pace, in effetti perché prolungare l’agonia?
La serata finisce in una birreria, l’unica aperta per la verità,
ed alla compagnia si uniscono due tedeschi cicloamatori di giorno
e birroamatori di sera. E’ tardi e per noi è tempo di
rientrare, domani si inizia a fare sul serio, Port d’Aspet e
Des Ares ci aspettano.
Ciclisticamente l’approccio alla seconda tappa avviene in modo
più pacato, rispetto al giorno precedente ci sono le condizioni
climatiche ideali per pedalare perché la temperatura si è
abbassata ed il caldo del giorno prima ha lasciato il posto ad una
gradevole frescura. Mentre affronto le prime rampe del Port d’Aspet
sono catturato dalla naturalezza dell’ambiente e mi dimentico
per un attimo che sto pedalando. Il silenzio è rotto dallo
scorrere dell’acqua limpida di un ruscello che affianca la strada,
la vista è fantastica, il cielo è in prevalenza di colore
azzurro intenso, il sole splendente crea contrasti di luce che si
formano sui prati ancora bagnati per la pioggia caduta, a fare da
cornice a questa meraviglia naturale è la ricca ed armoniosa
vegetazione presente in questa vallata incontaminata.
La bici è bella anche per questo ma in ogni caso c’è
un prezzo da pagare, infatti, l’avvicinamento alla vetta avviene
con fatica soprattutto negli ultimi due chilometri. Dopo il raggiungimento
del passo scendiamo subito perché a tre chilometri di distanza
è prevista la sosta per ricordare Fabio Casartelli, un ciclista
che perse la vita durante la tappa del Tour de France del 18 Luglio
1995 andando a sbattere contro un maledetto parapetto in cemento posto
nei pressi di un tornante. Tutto il gruppo è fermo in ricordo
del campione e mentre guardo la curva disgraziata dove Fabio ha smesso
di pedalare mi torna alla mente la voce rotta dalla commozione di
Adriano De Zan il quale chiuse la telecronaca di quella tappa dicendo:
“E ora lasciateci piangere”.
Si ritorna in sella e terminata la discesa si procede per qualche
chilometro in pianura poi è di nuovo salita, ma non è
il Des Ares che stiamo affrontando bensì un colle non previsto,
il Buret, il Des Ares è poco più avanti. Scollino da
solo e per fortuna c’è il rifornimento altrimenti avrei
rischiato una crisi di fame. Arrivano Vittorio, Michel e Riccardo,
dietro a noi, attardato di qualche minuto, c’è Carlo
che ci raggiungerà poco dopo mentre siamo con le gambe sotto
il tavolo e con i denti dentro un pane imbottito con prosciutto e
formaggio, ci voleva proprio, però ad essere sincero c’era
il posto anche per un altro!
Quando percorriamo il viale principale di Bagneres de Luchon sono
le 15,30, doccia ritemprante ed in breve tempo guadagno il viale con
l’obiettivo di colmare il vuoto di stomaco. Accetto l’invito
di Falchetti e compagnia Resta i quali mi consigliano una crepes che
si rivela ottima dopodiché, giusto per sciogliere le gambe,
una passeggiata è quello che ci vuole.
La serata che ci aspetta è la replica di quella precedente,
fuori diluvia e la temperatura si abbassa ulteriormente, questa volta
però a Bergamo si gioca e pare si metta subito bene. L’sms
che invia mia sorella presente allo stadio dice 1-0 per l’Atalanta,
il Pirata accoglie la notizia con un urlo di gioia ma purtroppo, per
lui e per tutti gli atalantini, sappiamo com’è finita.
Mentre siamo a cena mi tocca consolare Andrea che ovviamente non l’ha
presa bene, una battuta scherzosa non serve a nulla, allora intono
un ritornello che punge l’orgoglio neroazzurro. La vena ultrà
di Andrea si palesa e per replicare agli sfottò promette vendetta
per il giorno dopo sulle prime rampe del Peyresord. Intanto ha smesso
di piovere ma le previsioni per domani sono pessime, il primo colle
da scalare è posto a circa 1.600 metri ed il secondo, il mitico
Aspin, a 1.500, la tappa si prospetta dunque impegnativa ed affrontarla
con il maltempo non sarebbe certo piacevole. Speriamo bene, ora è
giunto il momento di riposare, domani sapremo cosa ci aspetta e poi,
a pensarci bene, abbiamo un asso nella manica da giocare in grado
di trasformare una perturbazione atlantica in un anticiclone delle
Azzorre.
Il riposo notturno è eccellente, il risveglio mattutino è
da incubo, cielo coperto e nuvole basse non lasciano alcun dubbio,
pioverà come da previsioni meteo, i francesi non sbagliano.
La pioggia imminente crea confusione e i primi due gruppi (nel frattempo
sono diventati tre) partono in anticipo. All’orario prefissato,
puntualissimi, ci muoviamo pure noi del terzo, dopo un km è
subito salita ed inizia a piovere. Dura solo qualche minuto, poi qualche
tornante più avanti il cielo, seppur ancora coperto, appare
più chiaro e trasmette ottimismo. Dopo circa sette km si supera
quota 1.000, la vallata improvvisamente si apre e regala panorami
bellissimi, le rampe che s’inerpicano fino alla vetta sono ben
visibili, ormai sono rimasto solo, in compagnia del mio respiro che
è sempre più affannoso. Qualche minuto dopo avverto
qualcuno che si sta avvicinando, volgo lo sguardo e vedo Ghezzi appena
dietro che procede in scioltezza, con quattro pedalate mi affianca
ed una volta vicino ha pure il fiato per parlare. Scolliniamo insieme
ma avrebbe potuto andarsene quando voleva, Andrea ha già consumato
la sua vendetta mollandomi dopo tre tornanti, il passo offre un’ampia
visuale che consente di vedere le cime ancora innevate. Il freddo
però si fa sentire ed è bene scendere velocemente per
evitare di buscarsi qualche malanno.
Durante la discesa verso Arreau la giornata prende una piega che non
ti aspetti. L’azzurro è divenuto ormai il colore predominante
del cielo e tutto mi è chiaro quando penso che là davanti
a fare da apripista c’è Falchetti. Ai piedi dell’Aspin
spunta il sole e inizia a fare caldo, la sorte ci favorisce nei primi
sei chilometri perché la strada è ombreggiata e pedalabile,
dal sesto km alla vetta è piuttosto dura, pendenza media dell’8%
e nemmeno un filo d’ombra. La conquista del colle inorgoglisce
tutti, il cartello che delimita il culmine è preso d’assalto
come un trofeo ambito, la Champions in confronto è nulla (prova
a dirlo ad un milanista….). Epo Epis e Cividini sono indaffarati
a distribuire acqua e banane, all’appello mancano ormai in pochi.
L’arrivo in vetta dei Pozzoli con il tandem è qualcosa
di unico, rapportone da volata, sincronismo perfetto e tenacia da
vendere gli ingredienti necessari per compiere l’impresa, che
fatica ragazzi! Semplicemente da applausi.
Le asperità quotidiane sono terminate, non resta che espletare
il gravoso impegno del pranzo che ho programmato con Paolo (Bonetti)
a Bagneres de Bigorre. E allora giù in picchiata, la discesa
è filante, bella e senza tratti pericolosi, sostiamo a St.
Marie de Campan nei pressi del bivio ove ha inizio la scalata al Tourmalet.
Paolo mi provoca.
“Già che ci siamo potremmo scalare il Tourmalet”.
Io da ingrato non lo degno di risposta, l’escalope con i funghi
mi aspetta. La sosta rifocillante ottiene il consenso anche dei fratelli
Serantoni, di Michel e di Riccardo che si accontentano di un’abbondante
Nissoise, invece Amleto, Epo Epis e Carlo preferiscono apprezzare
la gustosa ed ottima Escalope. Il recupero delle calorie perse è
effettuato, non ci resta che completare l’ultima parte della
tappa sotto un sole cocente, penso proprio che Falchetti questa volta
abbia esagerato, ma quando scopro che l’hotel è dotato
di piscina mi devo ricredere.
Durante la cena il Presidente e Vittorio colgono l’occasione
per salutare la compagnia, domani, dopo la scalata del Tourmalet,
rientreranno a Bergamo (a proposito, l’hanno scalato o no?).
La serata scorre tranquilla, un gruppo va in visita a Tarbes, gli
altri rimangono in hotel a riposare, siamo a metà della settimana,
la stanchezza comincia a farsi sentire e domani per portare a termine
la tappa bisognerà compiere uno sforzo notevole, il Col du
Tourmalet, notoriamente conosciuto anche come tetto dei Pirenei, non
lascia scampo, ci sarà da soffrire.
La notte porta consiglio e così scelgo di partire con il primo
gruppo, la scusa per evitare il ritmo indiavolato dei “Dobermann”
è valida perché mi assumo il compito di filmare l’arrivo
al passo di ognuno. Per farcela, poco prima di Bagneres de Bigorre,
decido di uscire dal gruppo aumentando un poco il ritmo e dopo un
paio di chilometri mi ritrovo solo a pedalare controvento senza alcuna
possibilità di respirare. La strada sale leggermente, ogni
tanto bisogna alzarsi da sella per superare qualche strappo, però
tutto sommato va bene, in lontananza intravedo Invernizzi, anch’esso
uscito dal gruppo poco prima di me, lo raggiungo e restiamo insieme
fino al bivio che delimita l’inizio della scalata. Frattanto
alle nostre spalle avvertiamo un rumore simile ad una locomotiva a
vapore, niente di tutto questo, è Gambirasio che si è
avvicinato, con la testa bassa e curvo sul manubrio ci sta dando dentro
come un forsennato.
Siamo a St. Marie de Campan, a sinistra s’imbocca per il Col
d’Aspin a destra per il Tourmalet, Invernizzi procede con il
suo passo, io e Gambirasio iniziamo la salita insieme, un saluto ad
Epis e via. I primi quattro chilometri sono piuttosto facili, riusciamo
persino a parlare, dal quinto in poi cala il silenzio, il cartello
segnala una pendenza media dell' 8%. A metà salita vedo Vittorio
e Riccardo che scendono in auto, beati loro penso, dura un attimo
perché dopo una curva verso destra ho altro a cui pensare,
la pendenza si accentua e davanti si presenta un drittone, e i tornanti
dove sono?
Mi trovo al decimo chilometro, la pendenza è costante e non
tende a diminuire, il cartello alla mia destra riporta 10% di media
(una mazzata…), poco avanti c’è Carlo che è
partito in avanscoperta con Michel, Ildo, i coniugi Traini e i Pozzoli,
questi ultimi in sella al tandem. Poco prima di Le Mongie raggiungo
il gruppetto degli apripista, Michel è al limite, Traini mi
sembra ancora fresco così come la moglie Stefana che pedala
agile, Ildo al contrario soffre ma tiene duro e i leggendari Pozzoli
salgono a velocità ridotta e con fatica tripla, come faranno
a portare su trenta chili di bici? Il tratto che attraversa Le Mongie
è impegnativo e la difficoltà è accentuata dal
vento contrario che spira piuttosto forte, niente di paragonabile
a quello del Mont Ventoux però mai una volta che si trovi il
vento a favore!
Ormai sono cotto, per fortuna il cielo è nuvoloso perché
gli ultimi quattro chilometri sono completamente scoperti, il bosco
ai lati della strada è sparito ed ha lasciato il posto a prati
destinati a pascolo, la vetta si avvicina e ciò risolleva il
morale. Con grande sorpresa, dopo il primo tornante (era ora….)
che permette di respirare un poco, davanti a me vedo tre sfregasella:
Brignoli, Resta e Soardi. Raggiungo e saluto il primo, lo incito a
non mollare, ma in risposta non giunge alcun segnale, Brignoli è
stravolto dalla fatica, vuol risparmiare il fiato e le forze, tanto
è vero che al mio passaggio non piega nemmeno la testa ma si
limita ad un lento movimento degli occhi (ancora oggi non so se in
quel momento ha capito chi ero….). Saluto ed incito anche Resta
e Soardi e mi avvio a conquistare la vetta, ormai ci sono, trecento
metri ed è fatta, il culmine ancora non si vede, è posto
dopo una curva, eccolo, il Tourmalet è domato ed il monumento
al ciclista eretto sul tetto dei Pirenei è il giusto riconoscimento
per tutti gli appassionati che salgono fin quassù in sella
ad una bici. Amleto è già arrivato e mi fa i complimenti,
contraccambio immediatamente, lui si che se li merita. Subito indosso
i panni di ricambio asciutti, sono nel furgone che sistemo il mio
zaino e a momenti Gambirasio mi travolge, anche per lui la salita
è finita e la soddisfazione, ancora mista a sofferenza, traspare
dai suoi occhi.
Eccomi pronto a filmare, arriva Brignoli, gli chiedo un commento.
“Domani vendo la bici”, è ciò che riesce
a pronunciare con il poco fiato rimasto, arrivano Resta e Soardi entrambi
dondolanti, poi a seguire Traini e la moglie, Ildo, Michel……per
il seguito, sarà disponibile il video!
Gli arrivi, che si susseguono nell’arco di un’ora, hanno
in comune la fatica impressa sui volti, ma subito dopo lo scollinamento
le facce si rilassano ed appare qualche sorriso, la soddisfazione
per l’impresa realizzata è ciò che si ricava dai
primi commenti.
Maestroni mi racconta di essere stato vittima di una caduta che per
fortuna gli ha procurato solo qualche lieve escoriazione, niente di
grave ma poteva andare peggio, siamo vicini a Lourdes e un ringraziamento
alla Madonna è il minimo che si possa fare. Giunge il momento
di scendere, è un vero peccato lasciare quest’oasi di
tranquillità, ciò che ci attende è una picchiata
lunga cinquanta chilometri rovinata nel finale da una serie di strappi
non segnalati che affrontiamo nel tratto compreso tra Angeles-Gazost
e Lourdes. A Lourdes ci arrivo con Paolo, Amleto e Carlo, compagni
di pranzo insieme ai Pozzoli, i quali sono sul furgone guidato da
Epo Epis a causa di una serie di forature, tre per l’esattezza.
Anche stavolta giungo in hotel per ultimo, dopo la doccia sono vittima
di una crisi di sonno improvvisa che mi ruba un’ora. Pancia
mia fatti capanna che arriviamo, la cena ha inizio con una abbuffata
di fusilli al pomodoro. La tavolata di Albani, Gamba, Pasinetti, Milesi
e Meneni rifiuta i piatti e ad ognuno di loro viene servita direttamente
una marmitta strabocchevole di fusilli. Non sento la voce di Gambirasio
e la cosa mi allarma, la mia preoccupazione scompare nel vedere la
sua mandibola in azione per terminare il chilogrammo di pasta, roba
da guiness dei primati. Le cameriere dell’hotel fanno fatica
a tenere il ritmo, non siamo in bici, siamo nel bel mezzo della cena
ed è in atto una furibonda bagarre: pasta e pane a chili, vino
e birra a litri, poi carne, insalate e dessert fino all’ultima
porzione. Alla fine la spuntano gli sfregasella, l’acido lattico
accumulato sulle rampe del Tourmalet è smaltito e appena abbandonano
i tavoli con fare baldanzoso le cameriere stramazzano sul pavimento
sfinite per la fatica.
Chi glielo dice che domani sera ceniamo ancora qui?
Intanto fuori l’ennesimo diluvio provoca un fuggi fuggi generale
e non consente lo svolgimento della fiaccolata in programma nella
piazza che si trova davanti al Santuario. La pioggia è stata
una costante delle serate fin qui trascorse al pari delle passeggiate
che prevedono ogni volta una sosta in birreria. Stasera il gruppo
è composto da Gamba (il Pirata…), Gavazzeni, Albani,
Meneni, Pasinetti, Bonetti e da un Bracco che fisicamente appare il
meno pimpante mentre linguisticamente risulta essere il più
energico. A mezzanotte la conversazione scema e un attimo di silenzio
equivale al segnale di resa, tutti a riposare che domani c’è
bisogno di energia.
Siamo giunti alla quinta tappa e la pioggia è causa di uno
stravolgimento del programma, i coraggiosi Valota, Gambirasio e Rondi
salgono in sella gli altri si dividono tra Pau e Lourdes. Insieme
a Paolo decido di visitare il santuario di Lourdes che è costituito
dalla Basilica dell'Immacolata Concezione (o Basilica Superiore) e
dalla Basilica del Rosario (o Basilica Inferiore), collegata alla
precedente da due ampie scalinate curve. Alla grotta ci sono almeno
due o forse tremila persone che ascoltano la messa in francese celebrata
dall’arcivescovo di Lourdes. Intanto le condizioni climatiche
sono migliorate, è mezzogiorno e ci tocca pranzare, che faticaccia
mandar giù un piattone di pasta ed un tagliere di formaggio
dei Pirenei. E ora come la mettiamo con la bici?
Il richiamo dell’Aubisque è troppo forte tant’è
vero che nel giro di mezz’ora parto con Albani e Maestroni per
conquistarlo. L’avvicinamento prevede la scalata del Col de
Soulor la cui vetta è avvolta dalla nebbia, la strada che porta
all’Aubisque è chiusa alle auto ma le bici possono transitare,
anche se, con simili condizioni, intraprendere la via che porta ai
1709 metri del culmine è piuttosto pericoloso. Tento invano
di convincere Stefanoni e Gualandris ad oltrepassare la sbarra, Brignoli
e Zaccanti non ne vogliono sapere, alla chiamata rispondono quattro
temerari: Bonetti, Maestroni, Albani e Bianchi. Le condizioni ambientali
che si presentano durante i dieci chilometri che percorriamo per giungere
in vetta sono qualcosa di raro, nebbia e sole si alternano, in alcuni
punti non si vede a più di dieci metri, in altri la visibilità
è buona e si può scorgere la vallata sottostante, a
sinistra della carreggiata si erge la parete rocciosa da cui è
stata ricavata la strada mentre a destra c’è il vuoto,
trattasi di un precipizio che mette i brividi. La salita comunque
non è per niente difficile e in cima al colle, dove purtroppo
la visuale è nulla, si arriva senza fare troppa fatica. A complicare
le cose ci pensa la pioggia che cade copiosa, la discesa è
da batticuore, non si vede nulla, la strada è viscida, le curve
compaiono all’ultimo momento, si scende a venti, venticinque
Km l’ora, ci vorrebbero i fendinebbia, ma dove siamo in un girone
dantesco? Poco dopo il Soulor la situazione meteo torna ad essere
accettabile, rientriamo con calma e ci gustiamo la lunga discesa,
colli da scalare non ce ne sono più, l’ultima tappa da
affrontare domani, almeno sulla carta, è completamente pianeggiante.
La passerella finale da Lourdes ad Auch ha inizio tra le 8,30 e le
9,00, la giornata si preannuncia calda, così come caldo è
Gambirasio sin dal primo chilometro. Qualcosa durante la notte è
successo perché il ritmo che impone nei primi sessanta chilometri
lascia sbigottiti. Solo con il primo strappo di giornata la veemenza
di Gambirasio inizia a calare e si esaurisce una volta giunti nell’abitato
di Bassoues dove sostiamo per rifornirci d’acqua. Caso vuole
che la sosta avvenga proprio davanti ad un ristorante già oggetto
di attenzioni da parte di Stefanoni, Gualandris, Falchetti, Crotti,
Confalonieri e gruppo Resta, un minuto e io e Gambirasio siamo della
compagnia per prendere parte alla “tappa enogastronomica”.
Sin dai primi antipasti il gruppo procede frazionato, la prima parte
della tappa è adatta agli scalatori, si comincia con uno squisito
minestrone di verdure seguito da un piatto composto da gustosissima
carne ai ferri accompagnata da patate al forno, il caldo è
soffocante, i gregari intanto hanno il loro bel da fare per rifornire
i capitani con borracce speciali contenenti un liquido rosso, che
roba è? L’etichetta è esplicita: bevanda isotonica
ricca di zuccheri semplici, maltodestrine e sali minerali, ricavata
da uve di Guascogna! Il finale di tappa si addice invece ai velocisti,
il gruppo giunge compatto al traguardo superando le lievi asperità
costituite da un piatto di insalate miste, assaggio di formaggi, gelato
e caffè. Chapeau!
Foto ricordo e in un attimo (10 minuti) siamo pronti per tornare in
bici, adesso sì che sono c….i amari, per arrivare ad
Auch dobbiamo percorrere trenta chilometri di strada vallonata, è
un continuo su e giù che va di pari passo con quanto è
stato mangiato, che botta! In quel di Auch ci perdiamo, siamo una
quindicina e riusciamo a formare sedici gruppetti, dopo vari tentativi
troviamo la strada che porta all’hotel, sono con Gambirasio
quando vedo il cartello dei 500 metri, la strada scende, si viaggia
intorno ai 50 orari, curva secca a destra, dieci metri e poi subito
a sinistra, Gambirasio arriva lungo e per evitare la caduta tenta
l’impossibile, con un riflesso felino sterza fulmineamente a
sinistra ma a causa della ghiaia il resto della bici non lo segue
e si attorciglia, il baffo, praticamente da fermo, rotola sull’asfalto
sfinito, per fortuna tutto finisce con una piccola sbucciatura ed
una risata da circo.
Quando arrivano Bettoni, Piazzini, Ghezzi e Milesi, che per scalare
l’Aubisque si sono sciroppati 220 chilometri, il carico delle
bici è già a buon punto, non resta che aspettare Gavazzeni
e Pezzali, anch’essi in cerca dell’impresa sull’Aubisque.
Proprio mentre Gualandris e Gamba stanno per ufficializzare la chiusura
della settimana e Bonfadini è pronto a consegnare i suoi graditi
riconoscimenti Gavazzeni e Pezzali varcano l’ingresso dell’hotel,
i due, sebbene giunti fuori tempo massimo scatenano applausi ma anche
qualche mugugno per l’apprensione procurata.
La settimana è prossima alla conclusione, Amleto appone il
proprio sigillo regalandoci l’ennesima poesia in dialetto (grandioso!),
non resta che il viaggio di ritorno, tutto si è svolto splendidamente
(grazie Michel e Riccardo), la compagnia è stata davvero ottima
(grazie a tutti), l’assistenza con i furgoni si è confermata
perfetta (grazie Epis e Cividini), chiedo venia se ho dimenticato
qualcuno, a proposito, chi sono quelli che mi hanno chiesto dove si
va il prossimo anno?
Stefano Testa